INTERVISTA (editoriaragazzi.com)

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illustrazione per i 25 anni dell’inserto domenicale del Sole 24ore

 

 

– Per presentarti quali aggettivi useresti?
Traslato (lo pensa anche il mio fisiatra).

– Dove lavori di solito, hai un posto tutto tuo?
Dormo a dodici passi dal mio tavolo da lavoro a Testaccio. Tutto questo moto fa di me un atleta dell’illustrazione.

– Come sei diventato illustratore?
Dopo il liceo artistico non avevo voglia di fare un cavolo, mi piaceva il cinema e mi sono anche iscritto all’università; poi un amico mi ha detto dell’IED e ho iniziato a seguire i corsi di illustrazione. Ancora studente ho cominciato a disegnare le copertine per “Lanciostory” e “Skorpio”, ho realizzato un fumetto e l’ho mandato al Grifo: a distanza di una settimana mi ha chiamato Vincenzo Mollica facendomi molti e imbarazzanti complimenti… poi… il Grifo ha chiuso; il cosiddetto fumetto d’autore non è esistito più e io non sapevo che fare. Ho preso contatti con un art director che lavorava in pubblicità, gli ho mostrato i miei disegni: “belli ma scolastici – mi ha detto -, io però non ti faccio lavorare”.
Da quel momento mi sono messo, per un anno intero, a rinnovare il mio portfolio a “descolarizzare” i miei disegni; mi sono ripresentato e, passato qualche giorno, sono stato contattato dalla Saatchi e Saatchi…
Quello è stato il lavoro che mi ha permesso di vivere per conto mio: realizzare gli storyboard per le agenzie pubblicitarie; così guadagnavo bene e mi divertivo abbastanza… ma non facevo illustrazione, non cercavo niente, non dicevo niente… ed è arrivata la crisi di rigetto! Mi sono messo sotto, ho cominciato a costruire una nuova dimensione di me, partendo da quello che mi piaceva, dalle esperienze maturate fino a quel momento… ho fatto qualche concorso, ho cominciato a farmi vedere… e poi sono andato avanti.

– Quando sono arrivati i primi riconoscimenti?
Nel 2005, quando ho vinto per la prima volta un premio a Chioggia e ho iniziato a collaborare col Sole24ore.

– Con quale libro hai esordito? Puoi raccontarci com’è andata?
Quando ho vinto il Premio Zavrel mi è stato commissionato “La Pulce”, che Antonella Ossorio aveva riadattato da un racconto di Giambattista Basile… ma non è stata un’esperienza della quale conservo un bel ricordo.

– Hai altri libri in preparazione? C’è un argomento che ti piacerebbe trattare?
Quello che mi piacerebbe fare è una graphic novel, un lavoro dove convivono molti linguaggi e livelli narrativi, qualcosa dove il lettore possa sentirsi coinvolto attraverso continue variazioni del racconto; dove anche l’approccio visivo sia di forte impatto ed il testo interagisca essendo parte integrante dell’illustrazione. In realtà ho già iniziato a lavorare su un testo di Philip Dick, che è un autore al quale sono molto legato.

– Chi sono i tuoi riferimenti – se ve ne sono – nel campo dell’illustrazione e nell’arte in genere?
Tanti. Dai preraffaelliti a Schifano, passando per Bacon, Freud, De Stael…Per quanto riguarda l’illustrazione: tutti quelli bravi.

– Per rendere visibile il tuo immaginario – adulto, sofisticato, estremamente accattivante – fai ricorso a tecniche diverse, il digitale su tutte. Che cosa cerchi, in particolare?
L’intonazione… La possibilità di essere credibile anche facendo ricorso ad una serie di linguaggi molteplici, di citazioni e rimandi che non siano palesemente leggibili. Voglio che la forza di un immagine non si esaurisca in una volta sola… Il digitale è, in questo senso, uno strumento ideale, perché ha la funzione di un grande demiurgo, che sovrintende e riorganizza tutte le istanze semantiche (e di conseguenza tecniche) che di volta in volta mi servono per costruire un’immagine.

– La tua attività di illustratore è estremamente varia; benché inizialmente tu abbia partecipato, con soddisfazione, a concorsi legati all’illustrazione infantile l’editoria per ragazzi sembra una piccola concessione all’interno della tua produzione…
A me non piace molto precludermi le cose, ma l’editoria per ragazzi è francamente un settore che capisco (e conosco) poco. Dalle mie limitate esperienze, mi sembra che molti editori siano orientati a soddisfare esigenze “poetiche” o “artistiche” spesso malintese o convenzionali, che si preoccupino più del gusto del genitore (che compra il libro) che del bambino, che suddividano le fasce di età come le taglie dei vestiti… Tutte queste cose, dal mio punto di vista, rendono troppo pedante e livellata (verso il basso) la maggior parte della produzione per ragazzi. Per non parlare dei compensi!!

– Che cosa ti piace di più del tuo lavoro?
Quello che a volte mi piace anche di meno: il fatto che sia una parte integrante del mio organismo.

– Dove e come ti vedi fra dieci anni?
Non ci penso proprio.

– Da piccolo volevi fare proprio questo mestiere? E continuerai a farlo anche “da grande”?
Volevo fare il chitarrista. Però ho sempre disegnato e credo che alla fine sia questo il mio vero destino. Mi piacerebbe dedicarmi un po’ di più e un po’ meglio anche alla pittura, infatti credo che a febbraio farò una nuova mostra a Venezia. Nella peggiore delle ipotesi potrei fare il cuoco.

– C’è un libro della tua infanzia a cui sei legato almeno un po’?
Moby Dick. Anche le illustrazioni dei libri di quando ero bambino mi piacevano molto, erano coinvolgenti, entusiasmanti, erano per bambini.

– Che requisiti, secondo te, deve avere una “bella figura”?
Requisiti oggettivi non ce ne sono. Il “bello” di un immagine è esclusivamente riferibile alla sensibilità di chi la guarda, così come l’autore è probabilmente l’unico depositario del suo vero significato.

– E un “bel libro”?
Qui il discorso sarebbe senz’altro più complesso. Sostanzialmente ritengo che tutto faccia riferimento ad una più ampia analisi dell’arte in generale che, direi già dal secolo passato, ha mutato profondamente ogni concezione statica del bello, fino al suo rifiuto e ricodificazione.

– C’è un personaggio della letteratura per ragazzi a cui sei legato?
I personaggi che sono piaciuti a tutti nell’infanzia, l’eroe romantico e mascherato o l’uomo della giungla, il capitano nel suo avvenieristico sottomarino; anche i libri da toccare e da sfasciare prestissimo. Però il personaggio che ho “amato” di più è stato Zanardi di Andrea Pazienza.

– Oltre all’illustrazione c’è qualche altra forma di narrazione che prediligi?
Per chi fa questo mestiere, credo sia inevitabile amare ed essere condizionati da qualsiasi forma di narrazione. Il cinema mi piace molto, ma non credo che le mie illustrazioni possiedano un taglio cinematografico (che mi sembrerebbe troppo naturalistico e fotografico); forse più teatrale, soprattutto nella composizione delle tavole che definirei proscenica, senza esasperazioni prospettiche che nel mio caso sarebbero forzate.

– A cosa non rinunceresti mai?
A pagare le tasse.

– Che cosa ti infastidisce?
Dire quello che penso.

– Quali sono le tue passioni? E le tue fisse?
I film girati fino al 1978, la musica dopo il 1978, cucinare per pochi, la Roma, i libri (tutti), l’arte di quelli bravi.

– Un film che ti piace
“Cinque pezzi facili“ di Bob Rafelson.

– Un musicista/cantante/genere musicale
Questa sarebbe lunga… Bonnie Prince Billy, Smog, Elliott Smith, Shellac, Nick Cave, Tom Waits, Bob Dylan, Calexico, Einsturzende Neubauten, Slint, Gastr del Sol, Sonic Youth, Iron & Wine, Sufjan Stevens…

– Un ricordo particolare legato alla tua esperienza di illustratore
Quando ho visto l’espositore con i venticinque libri dell’edizione speciale di Philip Dick, per i quali avevo fatto le copertine.

– Sogni nel cassetto?
Illustrare bene un libro per ragazzi.

di Claudia Sonego

INTERVISTA (editoriaragazzi.com)ultima modifica: 2008-12-08T09:50:00+00:00da silverini
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